giovedì 27 luglio 2017












Definizione 


L'otite media cronica colesteatomatosa è una patologia dell'orecchio medio caratterizzata dalla presenza di epitelio squamoso cheratinizzato (cute), associato a flogosi cronica, nella cavità dell'orecchio medio. 






Eziopatogenesi 

In condizioni normali, il limite della cute è costituito dalla superficie esterna della membrana timpanica. Nell' otite colesteatomatosa questo limite viene superato, con penetrazione cutanea nell'orecchio medio e conseguente reazione flogistica a carico della sottomucosa. 
L' otite cronica colesteatomatosa può essere classificata in: 

congenita: conseguente alla presenza di residui embrionali ectodermici inclusi nelle cavità dell'orecchio medio, con membrana timpanica normale; 

acquisita: se si manifesta in seguito a preesistenti fenomeni flogistici. 

Tra i fattori favorenti nella forma acquisita si ricordano: 

otiti ricorrenti

palatoschisi

malformazioni cranio faciali;

sindrome di Turner e di Down; 

familiarità positiva per otiti. 

Il colesteatoma acquisito può essere causato da:

progressiva retrazione della membrana timpanica: è la causa più comune di otite colesteatomatosa; 

migrazione di cute nell'orecchio medio attraverso una perforazione (10% dei casi) 

Alla base della retrazione timpanica vi è:

perdita di resistenza della membrana timpanica conseguente ad atrofia dello strato fibroso in genere secondaria a pregressi, e spesso ricorrenti, episodi di otite media effusiva o acuta purulenta;

persistenza di una pressione negativa nell'orecchio medio, 
spesso secondaria a una disfunzione tubarica.

La progressiva retrazione del timpano causa la formazione di 
una tasca di retrazione cutanea che, ingrandendosi, invade progressivamente l'orecchio medio fino alla completa aderenza 
alla parete mediale della cassa (atelettasia) 






Anatomia Patologica 

L'aspetto più caratteristico, oltre alla presenza di cute, è 
l'ispessimento su base flogistica della mucosa dell'orecchio medio sottostante la cute  retratta; in taluni casi l'ispessimento può assumere un aspetto polipoide. All' ipertrofia della mucosa si associa la presenza di essudato. Nel caso in cui i fenomeni flogistici siano particolarmente intensi vi può essere un riassorbimento delle strutture ossee circostanti. 

Le sedi più comuni di erosione ossea sono:

 il muro della loggetta: costituita dalla parete terminale del tetto del condotto uditivo esterno, in diretto rapporto con la pars flaccida; 

la catena ossiculare;

la capsula labirintica;

i tecmen timpani e antri.

Le parti della catena ossiculare più frequentemente interessate 
dal processo osteolitico sono, in ordine di frequenza:  

processo lungo dell' incudine;

soprastruttura della staffa; 

corpo dell'incudine; 

testa del martello;

manico del martello. 






Sintomatologia 



 Si caratterizza con:

ipoacusia;

otorrea. 


L'ipoacusia, talvolta, può essere di entità modesta in quanto la matrice del colesteatoma può svolgere una funzione di trasmissione dei suoni relativamente efficace; inoltre, il deficit uditivo si instaura progressivamente per cui spesso passa inosservato. 
L' otorrea si presenta caratteristicamente fetida, a causa della necrosi ossea e della flogosi da microbi anaerobi. 






Esame obiettivo 


L' autoscopia consente di evidenziare la presenza di tasca di:

tasca di retrazione della quale, nella forma conclamata, non si vede il fondo;  

squame biancastre che fuoriescono dalla tasca di retrazione o dai margini della perforazione; 

essudato purulento, che spesso deve essere aspirato per consentire la visualizzazione della tasca di retrazione e delle squame cutanee; 

erosione del muro della loggetta; 

neoformazione polipoide che procide dalla tasca di retrazione;

crosta scura e secca che ricopre l'apertura della tasca di retrazione e che, ai fini diagnostici, deve essere rimossa in otomicroscopia.


Diagnostica strumentale 



L' audiometria tonale liminare dimostra la presenza di un deficit audiometrico di tipo trasmissivo o più comunemente misto.

La  TC consente di definire l'estensione dell'epitelizzazione dell'orecchio medio, spesso non valutabile con l' otoscopia; 

il grado di erosione ossea al fine di stabilire il rischio di complicanze;  

il programma chirurgico



Terapia 




La terapia medica si basa su antibiotici e penicilline, cefalosporine, chinolonici e antinfiammatori steroidei somministrati per via generale (per os o i.m.) o locali (gocce auricolari). La terapia antibiotica può essere mirata sulla base di un antibiogramma. 
In ogni caso la terapia medica può consentire la risoluzione temporanea dei processi flogistici e può essere esclusiva solo in presenza di elevato rischio operatorio, purché non vi siano segni radiologici di rischio di complicanza. In tutti gli altri casi 
l'indicazione chirurgica è di necessità o di urgenza in presenza di complicanze. 
Il rischio di recidiva post-chirurgica varia tra il 50% nel bambino il 10% nella timpano-plastica aperta.

Prognosi 


L'otite cronica colesteatomatosa non ha tendenza alla guarigione spontanea. 

Complicanze. Le più significative sono (in ordine di frequenza): 

erosione della catena ossiculare;

fistola nel canale semicircolare laterale o di altre strutture labirintiche;

mastoidite esteriorizzata;

labirintite purulenta; 

meningite;

ascesso cerebrale o cerebellare;

tromboflebite dei seni venosi endocranici o della vena 
giugulare interna.

mercoledì 19 luglio 2017












La vitiligine è un disordine dermatologico che causa la formazione di macchie bianche sulla pelle dovute all'inattivazione della cellula deputata alla produzione di melanina.





Di cosa si tratta? 


La malattia colpisce i melanociti, le cellule della pelle che producono la melanina, vale a dire il pigmento responsabile della colorazione della cute, da qui le inconfondibili macchie bianche sull' epidermide. Le cause non sono note, tuttavia la ricerca si sta avvicinando sempre di più alla comprensione dei meccanismi che stanno alla base della malattia.




 Manifestazioni della malattia 



Il peggioramento può essere più o meno rapido e a volte la situazione rimane stabile per anni. Anche se tutta l'epidermide può essere colpita gli esordi della vitiligine interessano solitamente delle zone specifiche, come l'area intorno agli occhi, l'ano, il glande e i genitali. Anche le unghie in particolare le estremità delle dita possono essere interessate. Più in generale le macchie possono, poi, comparire anche sul viso, collo, mani, avambracci e inguine. Dove sono presenti delle cicatrici possono, inoltre, formarsi delle "chiazze". A volte anche gli annessi cutanei come peli, capelli, barba, ciglia e sopracciglia, presenti nelle aree depigmentate, possono imbiancarsi. In alcuni casi la depigmentazione interessa anche le labbra e la retina o l'iride, senza però comportare un impatto sulla vista. 






La cura 



Non esiste una cura risolutiva. Tuttavia, i sintomi possono essere attenuati con diversi trattamenti. Esistono prodotti di dermocosmesi che riducono la differenza di colore tra le macchie e il resto dell'epidermide. Vengono utilizzati con successo anche una serie di trattamenti topici. Tra le terapie rientrano l'uso degli immunosoppressori, tacrolimus o steroidi ad azione locale che, soprattutto nelle prime fasi della malattia, possono aiutare la ripigmentazione, contrastando l'infiammazione. Per ripigmentare la pelle è possibile, inoltre, sottoporsi a cicli di fototerapia 
UVA- UVB, PUVA o UVB a banda stretta,  associata a sostanze fotosensibilizzanti come gli psoraleni (i risultati però sono temporanei). È raro che una singola terapia sia efficace, per questo si punta sull'utilizzo combinato di farmaci, integratori, a volte, fototerapia, a seconda che la malattia sia stazionaria, in trend di peggioramento o di miglioramento. Il trapianto di melanociti è, invece, un'opzione in via di perfezionamento, utilizzabile solo in casi selezionati, per chiazze  poco estese. 



La diffusione della patologia 


Nel mondo la vitiligine ha una diffusione stimata intorno al 1-2%,
si presume che ci siano circa 100 milioni di pazienti. In alcuni paesi l'incidenza è maggiore, per ragioni genetiche e sociali. Nel 95% dei casi la malattia compare prima dei 40 anni, spesso tra i 10 e i 30 anni. Colpisce tutte le razze, senza predilizione le diverse etnie. L'incidenza è paritaria dei due sessi.


martedì 18 luglio 2017











Il prurito, oltre a essere una manifestazione tipica di problemi alla pelle spesso banali, può talvolta essere spia di malattie più serie e, proprio per questo motivo, è bene non sottovalutare la sua comparsa. 




Che cos'è il prurito? 



Il prurito potrebbe essere semplicemente definito come una spiacevole sensazione che induce al grattamento. Si tratta di un disturbo molto fastidioso che coinvolge la pelle e viene classificato in acuto quando la sua durata è inferiore a 6 mesi e cronico quando persiste per più di tale periodo. 


Quali possono essere le cause?



 Le cause che frequentemente determinano prurito sulla nostra pelle sono conosciute e certamente vissute da molte persone. L'esempio classico è la puntura di insetto che provoca inizialmente 
un' irritazione degli strati più superficiali della cute e conseguente prurito. Oppure un'infiammazione dovuta a sostanze irritanti che prende il nome di eczema da contatto. In altri casi si parla di reazione allergica chiamata orticaria che può essere determinata anche da farmaci o alimenti e coinvolgere quasi tutta la superficie corporea. Tra le esperienze vissute  (soprattutto dai bambini) possiamo annoverare la pediculosi che coinvolge i capelli ed è caratterizzata da prurito intenso. 



Quando il prurito è causato dalla secchezza della pelle cosa bisogna fare? 


In molte persone il prurito è solo dovuto alla secchezza cutanea. Nei bambini in cui la secchezza cutanea si localizza nelle pieghe e si associa rossore e pelle ruvida al tatto, spesso la diagnosi è quella di dermatite atopica. Oggi molte aziende dermocosmetiche hanno offerto molte risposte prima di ricorrere al farmaco e hanno permesso, sia con prodotti utilizzabili per la detersione che per l'idratazione, di ridurre la riacutizzazione e migliorare lo stato di benessere cutaneo. Negli anziani la secchezza prende il nome di xerosi e può migliorare utilizzando prodotti idratanti e detergenti oleati. È opportuno affidarsi sempre a professionisti che sapranno quali prodotti consigliare. 


Quando il prurito deve essere guardato con sospetto? 



Il fatto che il prurito si manifesti solo sulla pelle non significa che la causa del problema sia lì. Il dermatologo è infatti il medico specialista a cui dobbiamo rivolgerci per primo perché sarà lui che dopo avere ispezionato la cute potrà essere agevolato verso una corretta diagnosi. Il suo compito sarà anche quello di raccogliere notizie importanti riguardanti la salute del paziente, le sue abitudini, le eventuali patologie associate, la persistenza, le sedi interessate e l'orario in cui il prurito viene avvertito. In alcuni casi il prurito è una manifestazione di altre malattie diagnosticate come nel caso dell' insufficienza renale, epatica o di malattie neurologiche. Talvolta il prurito precede la comparsa di importanti malattie e può per questo permetterci una diagnosi precoce. 
Questo accade per esempio nel linfoma di Hodgkin, in cui un prurito intenso, che si accentua di notte e si accompagna a intensa sudorazione, è uno dei sintomi spia . Il prurito è poi un sintomo della policitemia caratterizzata da una eccesso di produzione di globuli rossi . Inoltre in gravidanza la comparsa di  un intenso prurito associata a vescicole e bolle soprattutto sull'addome è caratteristico dell' Herpes gestationis. 







In tal caso quali esami è utile eseguire per appurare la causa?


Se la visita non è sufficiente a risalire alla causa può essere necessario effettuare esami di laboratorio e in alcuni casi una biopsia cutanea. Sarà fondamentale stabilire la funzionalità del fegato, del rene, della tiroide e infine necessario controllare i livelli di alcuni marcatori tumorali. 


Esso può essere generato da alcuni parassiti, 
in questo caso è accompagnato anche da altri sintomi? 


Numerosi parassiti possono provocare malattie contagiose della pelle. Le più comuni sono la scabbia e la pediculosi. La scabbia è causata dal Sarcoptes scabiei, un acaro invisibile a occhio nudo che si trasmette tramite contatti prolungati con una persona infestata o con lenzuola e indumenti contaminati. Dopo due settimane dal contagio si manifesta un prurito intenso, specialmente notturno. L'eccessivo grattamento causa numerose ferite della pelle con comparsa di croste e ulteriore infezione di altri batteri. La cura consiste nell'utilizzo di sostanze chimiche antiparassitarie. La pediculosi è una malattia contagiosa che colpisce capelli, peli 
e ciglia, causata dai pidocchi che si nutrono di sangue. Si diffonde facilmente in condizioni di promiscuità o scarsa igiene, il sintomo caratteristico è il prurito, anche in questo caso terapie appropriate naturali o sintetiche porteranno ad una rapida guarigione. 



Alcuni detergenti possono generare prurito? 


La nostra pelle assorbe fino al 60% di quello che viene applicato 
e per questa ragione dovremmo prestare attenzione ai prodotti che acquistiamo. Non è raro, infatti che dopo aver utilizzato un determinato shampoo o un bagnoschiuma, iniziano a sorgere sintomi come il prurito. Sono molte le persone allergiche a metalli 
e cosmetici o a profumi e composti chimici aggiunti ad alcuni detergenti; particolare attenzione deve essere rivolta alla pelle dei bambini, preferendo per loro l'utilizzo di prodotti privi di nichel, coloranti e profumi. 


Esiste un prurito di natura psicosomatica? 

 In 4 casi su 10 spesso si scopre che il prurito è di origine psicologica e nasconde i problemi di ansia e di comunicazione con il mondo esterno, si riconosce perché spesso si concentra in una sola parte del corpo facile da grattare come la testa, le gambe o le braccia. 


A quali cibi bisogna porre attenzione in quanto, 
se assunti in abbondanza, possono provocare prurito? 



Esistono cibi in grado di produrre un' allergia alimentare i cui sintomi di norma sono caratterizzati da sensazione di prurito in bocca, orticaria diffusa, prurito e gonfiore in viso. In rarissimi casi la reazione può essere così violenta da mettere in pericolo la vita del paziente causando lo shock anafilattico, caratterizzata da difficoltà respiratorie, vertigini e sensazione di svenimento. Le cause vanno ricercate in un errore del sistema immunitario, che scambia alcune proteine presenti nel cibo per minacce per la salute e reagisce rilasciando in circolo diverse sostanze che causano i sintomi descritti. Tra gli alimenti più a rischio troviamo latte e uova, (soprattutto nei bambini) arachidi, noci, pesce e molluschi.

sabato 24 giugno 2017










Definizione 






L'otite media acuta purulenta è una patologia flogistica dell'orecchio medio su base microbica, è caratterizzata dalla presenza di essudato purulento. 
Secondo le linee guida della SIO la diagnosi può essere posta in caso di: 

- esordio acuto e recente: entro le 72 ore dalla visita; 

- segni di infiammazione dell'orecchio medio: iperemia e colore giallastro della membrana timpanica;

- presenza di essudato nell'orecchio medio: estroflessione della membrana timpanica, assenza o limitazione di mobilità della membrana timpanica, otorrea o perforazione timpanica spontanea.








 Anatomia patologica 






Questo tipo di otite si sviluppa attraverso quattro fasi:

- fase dell' iperemia: è la fase iniziale ed è caratterizzata da vasodilatazione e infiltrazione leucocitaria a carico della mucosa dell'orecchio medio;

- fase essudativa: caratterizzata dalla presenza di essudato purulento che occupa la cassa del timpano;

- fase della perforazione: provocata dalla pressione dell'essudato purulento sulla membrana timpanica; la perforazione è solitamente di piccole dimensioni e consente il drenaggio del pus e la ventilazione dell'orecchio medio, fattori che favoriscono il progressivo regredire del processo flogistico;

- fase della guarigione: la perforazione timpanica ha un'elevata tendenza alla chiusura spontanea. 






Sintomatologia 


Alle quattro fasi istologiche corrispondono 4 fasi cliniche:

- fase dell' iperemia: il paziente lamenta senso di ovattamento auricolare con progressiva insorgenza di otodinia  (dolore all'orecchio);

- fase essudativa: è caratterizzata da intensa otodinia pulsante e ipoacusia; 

- fase della perforazione: la fuoriuscita del pus provoca otorrea associata alla scomparsa dell' otidinia, per il venir meno della pressione dell' essudato; persiste l'ipoacusia;

- fase della guarigione: si verifica una progressiva regressione della sintomatologia; solitamente permane per alcuni giorni ipoacusia a causa della persistenza del versamento sterile all'interno della cassa del timpano. 






Esame obiettivo 



L' otoscopia consente di evidenziare: 

- fase del iperemia: iperemia della membrana timpanica, particolarmente evidente lungo il manico del martello;

. fase essudativa: estroflessione della membrana timpanica che appare ricoperta da desquamazione epiteliale superficiale;

- fase della perforazione: l' otorrea, solitamente, impedisce la visualizzazione della membrana timpanica;

- fase della guarigione. 

 



Terapia 


La terapia si basa su antibiotici e antinfiammatori non steroidei. 
La terapia antibiotica di prima scelta si basa sui derivati della penicillina per OS, per 10 giorni (linea guida SIO). 
Attualmente tra il 25 e il 90% dei ceppi batteri,  più comunemente causa di otite acuta, ha maturato una resistenza a tali farmaci, per cui la prima scelta dovrebbe indirizzarsi sull'associazione amoxicillina e acido clavulanico, che consente di superare la resistenza indotta dalla produzione di beta  β-lattamasi batterica. 
In alternativa possono essere prescritti antibiotici del gruppo delle cefalosporine, dei macrolidi (in caso di allergia alle penicilline) e dei chinolonici (non in età pediatrica). 




Prognosi



Dopo un episodio acuto nelle cavità dell'orecchio può persistere ancora per alcune settimane un trasudato sieroso. 
A distanza di tempo la prognosi è comunque favorevole
 nella maggioranza dei casi, con completa restitutio ad integrum 
sia anatomica che funzionale. Nel 30% dei casi l'otite acuta purulenta può essere ricorrente. 







Complicanze 



In una minoranza di casi si possono verificare complicanze. Tra queste le più significative sono in ordine di frequenza:

- persistenza di perforazione timpanica;

- otite media cronica purulenta;

- mastoidite acuta;

- paralisi del faciale;

- sofferenza cocleare: con insorgenza di un deficit uditivo neurosensoriale o misto;

- labirintite;

- meningite;

- ascesso cerebrale e cerebellare;

- tromboflebite dei seni venosi endocranici o della vena 
giugulare interna.

mercoledì 21 giugno 2017










Che cosa sono i fiori di Bach? 







Sono "essenze vibrazionali", cioè estratti naturali in gocce che non contengono principi attivi ma solo l'energia dei fiori utilizzati per prepararle. È stato Edward Bach, medico omeopata, a scoprire nel 1930 le proprietà riequilibranti di 38 semplici fiori selvatici della campagna inglese. Lui stesso ha dettato le regole per la preparazione dei rimedi che sono ottenuti con il metodo della solarizzazione, cioè mettendo a bagno in acqua pura le corolle ed esponendole al sole. Le essenze di Bach non sono prodotti omeopatici e non hanno niente in comune con gli estratti usati in aromaterapia. Non hanno controindicazioni né effetti indesiderati e possono essere prese anche dalle donne incinte e dai bambini. 




Come agiscono? 


Lavorano sul nostro equilibrio energetico, armonizzando stati d'animo ed emozioni negative. Non esistono rigorosi studi scientifici che ne attestino l'efficacia, ma è l'esperienza a dire che funzionano. Ogni fiore ha un campo d'azione, che Bach aveva individuato anche sperimentando i fiori di persona e con i suoi collaboratori. Per esempio Cherry Plum è il fiore della disperazione e delle paure ossessive, Larch quello dell'insicurezza. L'effetto del rimedio floreale si mette in moto in due tempi: nel primo si arriva alla piena consapevolezza del problema emotivo (per esempio la disperazione), nel secondo l'energia del fiore esercita la sua azione positiva portando alla soluzione. 






Si possono utilizzare anche per curare problemi fisici oltre che emotivi?

Solo se soffri di un disturbo di origine psicosomatica, altrimenti non aspettarti che fiori risolvano la cattiva digestione o il mal di schiena. I rimedi floreali possono fornire un supporto in caso di malattie croniche anche gravi, per tutte le ripercussioni di carattere psicologico che questo in genere comportano. Alleggeriscono il carico emotivo (per esempio la tristezza) e danno sollievo. 





In quanto tempo hanno effetto?


I fiori di Bach lavorano a diversi livelli. Puoi assumerli per un problema contingente o una situazione quotidiana, come l' ansia, 
per un colloquio di lavoro (Aspen) o uno spavento (Star of Bethlehem). In questo caso gli effetti sono veloci. Oppure possono essere usati all' interno di un percorso di guarigione emotiva sotto la guida di  un terapeuta, per esempio per sciogliere traumi antichi, i tempi allora sono più lunghi:  occorrono diverse settimane o mesi. Ti accorgi dell'effetto  quando vedi il tuo problema in modo più sereno e positivo. Il senso di pace è lo stesso di quando osservi dei fiori in natura. 



Esistono anche i rimedi floreali australiani, francese, himalayani. Che differenze ci sono? 


Il primo repertorio di floriterapia è stato quello in messo a punto da Edward Bach. Da allora ne sono nati altri, e oggi se ne contano una quarantina. Questi kit, creati da medici e ricercatori sulla base di fiori locali, spaziano dalle essenze californiane a quelle alascane, francese, himalayane e italiane. Ci sono delle differenze. I fiori californiani per esempio sono più adatti per affrontare i problemi sessuali (Pomegranate favoriscela fertlità, la Manzanita migliora il rapporto con il corpo nelle donne), quelli australiani per i traumi, le situazioni di emergenza e gli shock fisici. Gli alaskani e himalayani, da fiori cresciuti in ambienti rarefatti, sono i più indicati per l'evoluzione spirituale e la meditazione.


Dove si acquistano e in che dosi si prendono i fiori di Bach?



Li trovi nelle farmacie ed erboristerie al pari degli altri rimedi floreali, in flaconcini da 10 ml: contengono una miscela di acqua e brandy e vanno diluiti prima di assumerli. Si mettono due gocce del rimedio prescelto in una boccettina da 30 ml assieme ad acqua naturale. Se ti è stato prescritto un mix di fiori può essere preparato anche dal farmacista. Le dosi stabilite per tutti i rimedi floreali tranne quelli australiani, sono di 4 gocce 2-3 volte al giorno lontano dai pasti direttamente dalla pipetta sotto la lingua o sciolto in un bicchiere d'acqua. Dei fiori australiani devi prendere invece 7 gocce 1-2 volte al giorno. Esiste anche un uso locale, sulla pelle, per problemi dermatologici psicosomatici.

sabato 17 giugno 2017











È un argomento attuale anche in Italia il fenomeno del blue whale: un gioco da social network in cui un tutor chiede a chi decide di partecipare di autoinfliggersi violenze, documentandole con foto e video. Infine, come le balene si spiaggiano, ai giocatori è richiesto di suicidarsi. Paradossalmente, questa storia ha un merito: aver messo in primo piano un fenomeno di cui si fa molta fatica a parlare, cioè l' autolesionismo adolescenziale che, secondo i dati dell'Osservatorio Adolescenza, riguardano due teenagers su 10.










Che cos'è l'autolesionismo? 











I ragazzi compiono contro loro stessi gesti di violenza, per esempio ferendosi con lame o procurandosi ustioni. Passano lunghe ore in rete per trovare informazioni tecniche su come farsi del male, ma anche per incontrare altri  teenagers con cui condividere questa esperienza. Gli atti di autolesionismo posso iniziare già a 10-12 anni di età, età in cui la ricerca di novità e l'eccitazione aumenta drasticamente e si combina con una scarsa capacità di autoregolazione. Un terreno psicologico fertile per le condotte che prendono di mira il corpo. 





Chi lo fa è perché? 


L' autolesionismo tende a essere vissuto in maniera nascosta, perciò è difficile sapere quanti siano i soggetti interessati. Spesso, poi, le famiglie non ne parlano per vergogna. I maschi sembrano essere in minoranza, ma forse solo perché le ragazze sono più disposte ad aprirsi e confessare. 







Quali sono i motivi? 


La violenza contro se stessi ha una funzione sedativa: i giovanissimi decidono di soffrire fisicamente per far fronte a uno stato d'animo doloroso, (abbandono, tradimento, fallimento) per il quale non hanno altri strumenti a disposizione. In presenza di ferite, infatti, il sistema nervoso rilascia endorfine, che in primis calmano il dolore fisico, poi placano la mente innescando un senso di benessere ed euforia. I ragazzi più grandi, che hanno iniziato da piccoli per superare un disagio, continuano a farlo perché per loro è diventato un modo per provare un piacere perverso e irrinunciabile: ogni atto doloroso può diventare piacevole quando è ripetuto un certo numero di volte. 







Quando allarmarsi ?



Bisogna fare attenzione ai segnali di disagio: cambiamenti improvvisi del tono dell'umore con accessi di rabbia o tristezza segnalano che i ragazzi vivono una forte emozione negativa e perciò potrebbero ricorrere a queste pratiche. Una volta procurate le lesioni, si vestono coprendosi accuratamente polsi, braccia e gambe, persino in estate, e dormono meno a causa dell' eccitazione da endorfine. L'altro campanello d' allarme  è la tendenza all'isolamento: per compiere il rituale servono concentrazione, tempo e privacy.





Come reagire? 


Una volta appurato che il ragazzo si fa del male, non bisogna lasciarsi prendere dal panico confondendo l'autolesionismo con i tentativi di suicidio. Il suicida vuole togliersi la vita per azzerare le sensazioni e il pensiero mentre l'autolesionismo mira a risolvere il suo disagio e vivere meglio. Bisogna perciò chiedere aiuto a uno specialista esperto di questo fenomeno, che sappia inquadrarlo esattamente. Oltre alla  terapia breve strategica anche quello cognitivo comportamentale hanno buoni protocolli di intervento così come la Schema Therapy.

mercoledì 14 giugno 2017










Hai seguito una dieta e adesso non sai come mantenere il peso ottenuto?

Segui queste regole:

1. A pranzo e cena 

Un piatto di pasta, riso cereali, meglio se integrali (oppure pane o patate) più un secondo proteico (carne, legumi, formaggi ecc..) più verdura a volontà. Per condire e cucinare utilizza preferibilmente l'olio evo a crudo, misurandolo con un cucchiaino se hai paura di esagerare. Quanto alla frutta, limitati a due o tre porzioni al giorno, per evitare di eccedere con gli zuccheri.






2. Occhio alle dosi !

2.Non sei più a dieta ma questo non significa che puoi mangiare di tutto in quantità esagerate. Se hai seguito un programma dietetico dovresti ormai aver imparato a regolarti anche con le porzioni senza neanche bisogno di pesarle. Continua così anche nella fase di mantenimento concedendoti due tre volte alla settimana un piatto più goloso condito o abbondante. 

3.  Non saltare i pasti 

Perché se lo fai, è certo che finirai con il mangiare di più durante 
il giorno (al mattino, se non fai colazione, nel pomeriggio, se rinunci al pranzo), e con l'ingerire troppe calorie senza accorgertene. Oppure riuscirai a trattenerti ma, arrivando a tavola troppo affamata, ti butterai sul cibo, con la conseguenza non solo 
di abbuffarti ma anche ti affaticare la digestione. In entrambi i casi, dunque, saltare i pasti ti porterà un aumento, non certo a un controllo del peso. Al risveglio non limitarti allora a un caffè bevuto di corsa: aggiungi sempre qualche biscotto, un po' di pane integrale con miele o marmellata, uno yogurt. Iniziare bene la tua giornata alimentare è la scelta giusta per tenere a bada l'appetito. 







4. Non compensare gli "sgarri" 

Non accumulare gli errori a tavola pensando poi di rimediare con un giorno a base di sola frutta e yogurt. La cosa migliore è agire d'anticipo. Se sai di avere in agenda  una cena con gli amici, tieniti leggera a pranzo e poi, prima di uscire di casa, riempie lo stomaco con un piatto di verdure crude e croccanti. 


5. Non digiunare per depurarti 

Un'intera giornata senza mangiare non serve per ripulirti dentro. Abituati a pensare che il cibo non ti intossica, ma più semplicemente ti nutre. Ovviamente se lo scegli bene (senza esagerare con grassi, zuccheri e sale), rispetta le quantità giuste 
per te, lo cucini in modo leggero e fantasioso. Tra l'altro, il digiuno abituale (così come le diete troppo restrittive) rischia di affamare l'organismo, spingendolo a farsi bastare il poco che gli dai. Il metabolismo rallenta e tu tenterai paradossalmente a ingrassare. 


6. Pesati tutte le settimane 







Per mantenere la linea la bilancia è indispensabile. Usala una 
volta alla settimana, preferibilmente non subito dopo il weekend o particolari ricorrenze durante le quali potresti aver esagerato con un po' di cibo o con gli alcolici. Pesati sempre alla stessa ora, al mattino a digiuno, con indosso solo la biancheria intima. E se vedi che il l'ago inizia a oscillare verso destra non basta una sola pesata per concludere che stai ingrassando, prova a chiederti in cosa stai sbagliando. Forse hai perso di vista le porzioni giuste (come varietà e quantità) portate in tavola nelle settimane precedenti. Oppure hai ridotto l' attività fisica che svolgi normalmente. In questo senso può aiutarti tenere un diario alimentare, sul quale segnare non solo cosa mangi e dove, ma anche il tempo dedicato allo sport. Ti servirà a fare chiarezza e a correggere gli eventuali errori.


7. Fai la spesa seconda stagione 



Questo è il periodo migliore per mangiare in leggerezza. Il caldo 
riduce un po' l'appetito e spinge a scegliere cibi freschi e idratanti. 
Acquista tanta frutta e verdura di colori diversi, per garantirti
il mix giusto di vitamine e antiossidanti. Aggiungila alle insalate di cereali integrali, unendo per esempio del pesce in scatola al naturale: otterrai un piatto equilibrato e light. Oltre che pratico 
per la pausa pranzo.






8.  Varia i menù 


Sforzati di assaggiare di tutto. Al di là delle calorie, ogni cibo ti fornisce  quantità diverse di carboidrati e proteine, grassi, fibre, vitamine, minerali, antiossidanti. Per essere sicura di assicurarti i vari nutrienti che servono all'organismo, cambia quindi il più possibile i tuoi menù. Così facendo, sarai più attenta e consapevole del cibo consumato (come tipologia e quantità) e questo ti aiuterà a non esagerare.

9. Cucina con fantasia 

Quello che mina il successo di una dieta dimagrante o di mantenimento è  la monotonia. Evita i pasti da ospedale. Esistono tante ricette semplici e sfiziose da inserire ogni tanto nei tuoi menù. Se sei a corto di idee cerca sui vari blog e troverai sicuramente la giusta variante. Gustare il cibo è l'arma vincente per alzarti da tavola soddisfatta. E quindi sazia. 

10. Non avere fretta 

E' meglio perdere peso lentamente, in modo da avere il tempo per imparare a nutrirsi bene e non vanificare subito i risultati ottenuti. L'ultima regola che devi rispettare per non recuperare velocemente i chili smaltiti nei mesi di dieta e quindi perseverare su questa strada. No alla fretta, dunque, soprattutto quando ti siedi a tavola. Mangia lentamente, mastica bene, goditi ogni singolo boccone che metti in bocca. Vivi la pausa del pasto come un momento di relax o di convivialità, se hai la fortuna di passarlo in compagnia. E dedicagli almeno mezz'ora. Il cibo avrà il tempo di riempire lo stomaco e tu ti ritroverai nelle condizioni ideali per non cedere alle tentazioni fuori pasto.







( Tratto da Starbene -alimentazione)

martedì 6 giugno 2017















Con il termine vertigine, dal latino vertere, si dovrebbe intendere una sintomatologia caratterizzata dalla rotazione dell'ambiente rispetto all'individuo o dell'individuo rispetto all'ambiente. In realtà con tale termine si intende una vasta serie di disturbi dell'equilibrio che comprendono anche sensazioni in genere meno intense, ma non per questo meno fastidiose, di instabilità, disequilibrio, stordimento ecc.., alla cui base vi sono, spesso, le stesse patologie delle forme acute, se pure in momenti diversi della loro espressione patologica. I disturbi dell'equilibrio nell'adulto hanno una prevalenza pari al 7% e un'incidenza pari al 1,4% anno. Il 21% dei soggetti nel corso della vita vanno incontro a disturbi dell'equilibrio e nel 3% dei casi sono di entità tale da interferire nelle attività quotidiane. Rappresenta il 5% delle richieste di visita medica ambulatoriale e nel 25% dei casi vi è il ricorso a un pronto soccorso. Nell'anziano la frequenza del disturbo diviene molto più elevata, rappresentando la prima causa di ricorso alle cure mediche nei soggetti oltre i 75 anni. I disturbi dell'equilibrio sono molto meno frequenti in età pediatrica. 

Le caratteristiche della vertigine sono: 

-la tipologia; 

-la modalità di insorgenza; 

-la durata; 

-il numero degli episodi; 

-la modalità di risoluzione; 

-i sintomi associati; 

-le condizioni favorenti. 






Tipologia della vertigine 




In rapporto alle caratteristiche del sintomo la vertigine può essere suddivisa in:

-oggettiva

-soggettiva 

- altre turbe dell'equilibrio non caratterizzate dal senso di          rotazione. 

Con il termine di vertigine oggettiva si intende un disturbo caratterizzato da un' illusione di rotazione dell'ambiente rispetto al soggetto. La forma oggettiva rappresenta la vera grande vertigine. Questo sintomo, essendo solitamente a insorgenza improvvisa, di notevole intensità e non riferibile dal paziente a una sofferenza ed un organo di senso specifico, si accompagna a un' importante  stato ansioso, con senso di impotenza per l'immobilità cui si è costretti. Alla vertigine oggettiva si associano turbe neurovegetative quali:

- nausea; 

-vomito; 

-sudorazione; 

-diarrea; 

-tachicardia 

che oltre ad essere estremamente fastidiose, sono debilitanti. Una condizione acuta di vertigine oggettiva di lunga durata e associata ai menzionati disturbi neurovegetativi sarebbe incompatibile con la vita, in quanto, oltre alla perdita di liquidi conseguente al vomito e alla diarrea, si associa anche la difficoltà ad alimentarsi; tuttavia, grazie all'instaurarsi dei fenomeni di compenso vestibolare e al ritorno alla normale funzione vestibolare, la situazione tende a risolversi, o comunque a ridursi significativamente, nel giro di alcuni giorni; ne deriva che una vertigine oggettiva, solitamente non supera la durata di 2-3 giorni. 

La vertigine soggettiva è, viceversa, una condizione caratterizzata da un' illusione di movimento del corpo rispetto all'ambiente. È meno frequente rispetto alle altre tipologie di vertigine. 

Nel terzo gruppo- (altre turbe dell'equilibrio non caratterizzate dal senso di rotazione) sono compresi una serie di sintomi caratterizzati da disturbi dell'equilibrio quali:

- instabilità;

- disequilibrio;

- incertezza nel movimento; 

- oscillopsia; 

- episodi sincopali; 

- cadute.

Solitamente si tende a riferire a un'origine periferica la vertigine oggettiva e a un origine centrale le altre forme di vertigine. 
Questo può essere vero da un punto di vista epidemiologico ma concettualmente, è necessario sottolineare come alla base di una vertigine oggettiva vi sia:  

- il rapido instaurarsi di un' alterazione funzionale (inibitoria o eccitatoria) vestibolare periferica unilaterale; 

- una lesione acuta di uno dei due complessi nucleari vestibolari. 

Viceversa, le altre forme di turbe dell'equilibrio possono essere riferite sia lesioni periferiche che centrali in quanto espressione di:

- deficit vestibolare periferico bilaterale, anche relativamente rapida    insorgenza;

- deficit vestibolare periferico unilaterale a evoluzione progressiva;

- una lesione vestibolare centrale;

- patologie extra vestibolari in cui vengano interessati organi di senso che intervengono nel controllo dell'equilibrio. 





Merita un cenno a parte l'oscillopsia; tale sintomo è correlato a un deficit vestibolare bilaterale e si manifesta in quanto viene meno la funzione riflessa, propria del organo vestibolare, di controllo dei movimenti oculari durante i rapidi movimenti del capo; il soggetto manifesta difficoltà alla visione distinta durante la marcia o la corsa in quanto manca, del tutto e bilateralmente, l'input vestibolare. 


Modalità di insorgenza della vertigine 


Numerose forme di vertigine sono precedute da sintomi premonitori o nascono in seguito al verificarsi di alcune condizioni che fanno insorgere la crisi (fattori scatenanti).
Tra i fattori scatenanti la vertigine, assumono un ruolo primario i movimenti del capo e del tronco. 


Durata della vertigine 




In rapporto alla durata, la vertigine può essere distinta in:

- parossistica, della durata di pochi secondi o minuti, con un rapido crescente e decrescente del sintomo;

- acuta, della durata di alcune ore o di pochi giorni; subcontinua:   se perdura più di alcuni giorni, anche se non continuativa mente;

- cronica o persistente, se continua per periodi prolungati.







Numero degli episodi 



In rapporto al numero di episodi è possibile distinguere forme:

- a crisi singola; 

- a crisi ripetute

Alla base di una forma vertiginosa di tipo oggettivo a crisi singola vi è solitamente una lesione vestibolare acuta caratterizzata da una differenzazione vestibolare irreversibile (nefrite vestibolare, danno iatrogeno o traumatico ecc..). 
Viceversa, nelle forme a crisi ripetuta l'evento patogenetico non è distruttivo e ogni accesso corrisponde al riacutizzarsi della patologia alla base (idrope endolinfatico, canalolitiasi ecc..)









Modalità di risoluzione 


Tra le forme acute possiamo distinguere due possibili modalità di risoluzione della crisi:

- rapida 

- graduale. 


Dal punto di vista patogenetico ciò che consente di differenziare 
le due diverse modalità di risoluzione rapida progressiva è il tipo di lesione labirintica. In caso di deafferentazione labirintica irreversibile, la regressione della vertigine è correlata all'instaurarsi del compenso vestibolare, quindi la scomparsa della vertigine è progressiva. Viceversa, in caso di sofferenza acuta seguita da una restitutio ad integrum funzionale del labirinto, la scomparsa della vertigine è immediata non appena cessa la sofferenza vestibolare.

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